Fa un ulteriore passo l’attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea con cui agli Stati membri è stato richiesto di dotarsi di un quadro giuridico e istituzionale orientato allo sviluppo dell’economia sociale. Infatti, il Consiglio dei ministri del 2 luglio 2026 ha esaminato il Piano d’Azione nazionale per l’economia sociale, un passaggio che segna l’ingresso formale di questo tema nell’agenda di governo e apre la fase dell’attuazione.
Si tratta di un testo importante anche per il Terzo settore perché nasce da un percorso a cui hanno partecipato, nella fase di elaborazione e consultazione, anche il Forum Nazione del Terzo Settore e CSVnet. È dunque il frutto di un confronto che ha coinvolto istituzioni e rappresentanze sociali, e che ora chiede di essere tradotto in scelte concrete.
Dal testo, reso pubblico sul sito del Mef, si può rilevare che la portata innovativa del Piano sta anzitutto nel riconoscimento dell’economia sociale come componente strutturale del sistema italiano, non come ambito marginale o residuale. Nel perimetro individuato dal testo rientrano in primo luogo gli enti del Terzo settore, accanto a cooperative, mutue, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi civilmente riconosciuti. Per gli enti del Terzo settore (Ets) il Piano compie così un passaggio di rilievo: li colloca dentro una cornice unitaria di politica pubblica, riconoscendone il contributo alla coesione, allo sviluppo sociale ed economico e all’interesse generale. Nel riconoscere la pluralità dei soggetti, il Piano richiama anche le reti valorizzandone il ruolo di infrastruttura di rappresentanza, accompagnamento e sviluppo del sistema.
Il Piano offre una cornice di politiche pubbliche per accompagnare lo sviluppo dell’economia sociale: riconoscere che i vari enti che ne rientrano nel perimetro, e al suo interno gli Ets, non sono solo destinatari di misure settoriali, ma soggetti che concorrono a orientare lo sviluppo del Paese. Al suo interno trovano spazio diversi temi fra i quali: innovazione sociale, strumenti finanziari, inclusione lavorativa, coesione territoriale, amministrazione condivisa, monitoraggio e governance multi-attore.
Il Piano rivolge ovviamente molta attenzione a ambiti e strumenti utili ai soggetti imprenditoriali, cooperative e imprese sociali in primis. Ma prevede anche la valorizzazione del volontariato. Il testo dedica un capitolo specifico alla promozione del suo ruolo, indicando azioni che vanno dalla formazione continua dei volontari alla validazione delle competenze maturate, dai percorsi per giovani e studenti alle piattaforme digitali per favorire l’incontro tra volontari e organizzazioni. Inoltre promuove partenariati e reti tra enti che si avvalgono di volontari, cooperative, imprese sociali e associazioni di promozione sociale, riconoscendo al volontariato una funzione non accessoria ma centrale nella produzione di beni comuni, relazioni di prossimità e capitale sociale.
Il Piano ha una durata decennale e prevede una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni. Non si è quindi di fronte a un atto episodico, ma a uno strumento di indirizzo destinato ad accompagnare un intero ciclo di politiche pubbliche. Il testo prevede anche monitoraggio, raccolta sistematica di dati e valutazione delle misure di sostegno, elementi essenziali per evitare che tutto resti sulla carta.
Come accennato, il Piano è stato “esaminato” dal Consiglio dei ministri, ma non risulta adottato mediante una specifica veste giuridica formale, come potrebbe essere un Dpcm, un decreto ministeriale o altro atto. Si tratta quindi, al momento, di un passaggio politico-istituzionale, che recepisce l’indicazione europea a dotarsi di una strategia nazionale per l’economia sociale, ma che richiederà ulteriori atti per tradursi in effetti giuridici e finanziari pienamente definiti. Proprio per questo il valore del Piano, oggi, sta soprattutto nella sua funzione di indirizzo e di cornice programmatica, in attesa che trovino seguito misure attuative, stanziamenti e strumenti operativi coerenti.
Il passaggio del 2 luglio, quindi, non può essere considerato un punto d’arrivo; si tratta piuttosto di un inizio. E’ auspicabile che sin dalla prossima legge di bilancio 2027-2029 arrivino i primi provvedimenti attuativi e i necessari stanziamenti, così da dare gambe a un impianto che altrimenti rischierebbe di restare soprattutto programmatico. Lo stesso Piano richiama infatti l’esigenza di governance, coordinamento, monitoraggio e sostegno adeguato allo sviluppo dell’economia sociale.
Un ulteriore passo è stato realizzato. Adesso servono continuità, norme attuative e risorse. Così che l’economia sociale possa produrre effetti reali su investimenti, occupazione, volontariato, partecipazione e sviluppo dei territori.
