Coltivare la fiducia: come comunicare al meglio le esperienze di amministrazione condivisa

I nuovi dispositivi di collaborazione tra enti pubblici e Terzo settore richiedono un approccio sempre più consapevole alla trasparenza, intesa come un nuovo approccio culturale che accompagna ogni attività. Qualche indicazione per raccontarli in modo efficace

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Dopo il riconoscimento normativo da parte del codice del Terzo settore e il definitivo “via libera” della sentenza 131/2020 della Corte costituzionale che ne ha sdoganato definitivamente l’utilizzo, le esperienze di amministrazione condivisa sono destinate ad avere sempre maggiore spazio e diffusione. Saperle comunicare al meglio è una sfida in termini di credibilità per la costruzione di un rapporto di fiducia con la comunità. Sullo sfondo, il tema della trasparenza che attraversa tutta la riforma del Terzo settore, da interpretare non come una serie di obblighi e adempimenti, ma come una nuova compagna di viaggio nella gestione delle proprie attività.

Un’alleanza tra “pari” per il bene comune

L’amministrazione condivisa è uno degli aspetti più interessanti previsti dalla riforma del Terzo settore che, se correttamente interpretata e attuata, è destinata ad avere a lungo termine effetti sorprendenti. Una portata innovativa che prende slancio dal pieno riconoscimento del ruolo delle organizzazioni del Terzo settore nella società. In questo senso, il codice del Terzo settore ha segnato un passaggio di senso che va oltre i dispositivi previsti dalla normativa. Co-programmazione e co-progettazione, infatti, non fanno altro che accorciare la distanza tra la funzione sociale delle organizzazioni del Terzo settore e quella della pubblica amministrazione. Entrambe agiscono per l’interesse generale: questo è l’orizzonte comune che, con modalità e strumenti differenti, le spinge ad agire e le differenzia dal mercato. Una base fondativa, quindi, soprattutto se si considera che la natura di ente del Terzo settore si basa proprio sulla spinta ad agire per il bene comune. Non a caso, già nella legge delega del 2016, in cui si definiscono le motivazioni e gli obiettivi della riforma avviata l’anno successivo, le istituzioni chiedono alla cittadinanza attiva organizzata di avere un ruolo attivo per il “cambiamento economico, sociale, culturale e istituzionale” del Paese. Una richiesta di alto profilo, certo, ma soprattutto il riconoscimento di una alleanza forte per un obiettivo comune. Ed è da alleati che si siedono insieme intorno a un tavolo per co-programmare e co-progettare risposte adeguate alle esigenze delle comunità.

Co-programmare e co-progettare significa costruire una nuova “politica” in cui le risorse pubbliche vengono gestite in modo partecipato, attivando know how, esperienza, studio, creatività e soprattutto allargando la collaborazione a tutti coloro che possono contribuire alla gestione più efficace dei servizi. Dal welfare all’ambiente, dai servizi socio-sanitari alla cultura, le risposte che possono scaturire da tavoli allargati tra pubblica amministrazione, Terzo settore, imprese e cittadinanza possono avere effetti sorprendenti.

In questo nuovo spazio di collaborazione, infatti, la pubblica amministrazione chiede alle organizzazioni del Terzo settore di costruire reti con tutte le tipologie di stakeholders. E soprattutto di coltivarle.

Il tempo è la chiave dell’amministrazione condivisa, nel bene e nel male. Affidare un servizio tramite appalto forse è un processo veloce e collaudato (al netto di eventuali impugnative, ricorsi, contenziosi, adeguamenti prezzi, etc.), ma se alla necessità di dare risposte diverse alla povertà educativa, all’emarginazione di una certa fascia della popolazione o alla necessità di valorizzare un luogo – giusto per fare qualche esempio – si sceglie la via della co-progettazione, uno degli ingredienti fondamentali è la pazienza. Per percorrere questa strada, infatti, è fondamentale la costanza di lavorare a processi partecipati da più soggetti di natura diversa: un percorso che può sembrare a prima vista più lento ma sicuramente più solido.

Ripensare la trasparenza per trasformarla in un investimento (sicuro) a lungo termine

La trasparenza richiesta dalla riforma del Terzo settore e, in generale, alla pubblica amministrazione nella gestione delle proprie attività, è quanto di più diverso dal freddo adempimento formale. Investire energie per realizzare un bilancio sociale poco chiaro o pubblicare un qualsiasi documento richiesto senza un’adeguata spiegazione e senza favorire l'accesso è quanto di più lontano dal concetto di trasparenza.

Nel codice sono previsti diversi adempimenti, dall’obbligo di redazione del bilancio sociale per i centri di servizio per il volontariato, le imprese sociali e per gli enti che superino ricavi, rendite, proventi o entrate superiori a 1 milione di euro l’anno, alla valutazione di impatto per specifiche attività, dalla relazione di missione per gli enti non commerciali con ricavi superiori a 220mila euro alla pubblicazione dei contributi pubblici previsti dalla legge sulla concorrenza n. 124 del 2017, fino alla raccolta fondi, il 5 per mille, il crowdfunding e lo stesso registro unico nazionale del Terzo settore. La riforma nel suo insieme sancisce con il Terzo settore un vero e proprio patto di alleanza reciproca: più tutele e risorse a fronte di maggiore credibilità e obblighi.

Ci sono due modalità per leggere le prescrizioni previste dalla normativa. Si può rispondere con un mero adempimento formale, per cui impiegare meno energie e risorse possibili, una scelta plausibile considerando la scarsità di tempo e risorse che caratterizza la vita delle organizzazioni e le tante attività da portare avanti. Il rischio, però, è quello di non cogliere l’opportunità offerta dalla riforma i cui effetti potrebbero essere visibili solo nel tempo. Investire in trasparenza, invece, significa investire in comunicazione con strategia e visione, e il tempo in cui viviamo premia soprattutto chi sa comunicare bene.

Questo vale anche e soprattutto per le esperienze di amministrazione condivisa, in cui l’efficacia e la riconoscibilità dei percorsi attivati che possono spaziare e intrecciare ambiti diversi, dallo sport ai nuovi sistemi di welfare, vanno raccontati al meglio. In questo tipo di esperienze, infatti, un progetto per funzionare deve diventare patrimonio collettivo della comunità.

Partire dall’autoconsapevolezza

Per funzionare, il piano di comunicazione di un’esperienza di co-programmazione e co-progettazione deve partire dallo stesso presupposto di una qualsiasi strategia di comunicazione: l’autoconsapevolezza. Prima di scegliere il post da pubblicare su facebook, il taglio da dare a un comunicato stampa o la modalità di organizzazione di un evento bisogna aver chiara la propria identità. Definire mission e vision è il primo step da affrontare, possibilmente in modalità condivisa per far sì che tutti coloro che fanno parte di un’organizzazione – dalla governance ai volontari – abbiamo maturato una consapevolezza comune non solo delle attività che si svolgono, ma soprattutto della motivazione, l’orizzonte comune, gli obiettivi. In questa direzione, vanno analizzati i punti di forza e di debolezza, ponendosi le giuste domande utili a leggere la realtà per quella che è, senza mistificazioni. La presenza di un buon numero di volontari o di donatori, ad esempio, è di sicuro un punto a favore; d’altro canto, la consapevolezza di non averne abbastanza è un ottimo punto di partenza per direzionare energie e risorse in attività di comunicazione (e non solo) che rendano attrattiva l’esperienza volontaria. E ancora, bisogna inquadrare quali sono le risorse a disposizione, per calibrare meglio impegni e obiettivi perché è meglio fare meno ma farlo bene e in modo continuativo. Infine, guardarsi attorno e comprendere la natura e la tenuta della propria rete sociale, accompagnata da un’analisi del contesto che ci aiuta a leggere i bisogni della comunità in cui operiamo.

In questo caso, il ragionamento va allargato all’intero progetto in cui gli attori in campo scelgono di collaborare insieme per costruire un’esperienza nuova, che contiene e supera le identità di ognuno.

Investire in trasparenza per coltivare la fiducia

La sola pubblicazione di un dato non lo rende trasparente se questo non è accessibile, leggibile, fruibile e, perché no, appetibile. Comunicare significa aprire la propria casa e sistemarla al meglio per accogliere gli ospiti, valorizzandola e raccontandola. In questo senso la trasparenza è un investimento per l’ente del Terzo settore solo se diventa un processo comunicativo. Per farlo c’è bisogno di organizzarsi, prendersi del tempo e investire risorse, energie e creatività.

Comunicazione e trasparenza sono un asso nella manica soprattutto per coltivare relazioni di fiducia e accrescere la propria credibilità. Raccontarsi e farsi raccontare significa aprire le proprie porte, dare voce e immagini alle attività che si svolgono, renderle credibili, reali, affidabili. Ed è proprio sulla fiducia che si poggia l’amministrazione condivisa, come specificato da Luciano Gallo nell’approfondimento sul tema “La collaborazione con la Pubblica Amministrazione come banco di prova” pubblicato nel libro di prossima uscita “La trasparenza per gli enti del terzo settore” a cura di Luca Gori e Giulio Sensi (Pisa University Press, Pisa, 2022). Se una certa attività viene progettata e svolta al di fuori del classico affidamento di servizio ma con modalità partecipative, infatti, la comunità e gli stakeholders devono potersi fidare ancora di più di questo processo e di chi lo sta guidando.

Darsi il tempo per costruire una narrazione

La strada della co-progettazione è lunga e spesso poco lineare. Sedersi a un tavolo per pianificare un piano operativo per rispondere a un bisogno implica mettersi in gioco con consapevolezza e una grande capacità di trovare la strada comune che metta insieme tutti. Questo influenza inevitabilmente la strategia comunicativa. Non si tratta di un limite, anzi: il tempo di questi processi, se ben gestito, può essere un elemento di vantaggio. La comunicazione funziona se esce dalla dinamica dello spot ma diventa una modalità continuativa che accompagna le attività. Costruire percorsi nel tempo è un elemento premiante di ogni campagna.

Allargare gli orizzonti e moltiplicare gli strumenti

Raccontare non significa descrivere ma saper valorizzare. C’è un livello di comunicazione che investe le singole attività svolte. Per quanto utile e necessario, non può e non deve essere l’unico. Nella progettazione di un piano di comunicazione di amministrazione condivisa è utile raccontare l’impatto sociale delle proprie azioni, provando a intrecciare i dati – il più possibile attendibili e significativi – con le storie, da quelle degli operatori alle testimonianze degli stessi utenti. Per scegliere i dati utili è importante individuare i giusti indicatori e, allo stesso tempo, saperli aggiornare in base all’andamento delle attività. Per scegliere le storie, invece, serve delicatezza e un approccio “notiziabile”, lontano dalla retorica e dallo stereotipo. Storie uniche quanto universali, quindi, in grado di trasmettere il senso dell’impatto sociale e dare voce ai numeri stessi. Infine, se ben costruite, sono molto utili specifiche campagne di comunicazione, che fidelizzano chi ascolta e contribuiscono a focalizzare i temi su cui si sta lavorando.

Costruire narrazioni il più possibile partecipate

Un grande asso nella manica nelle esperienze di amministrazione condivisa è la pluralità di soggetti coinvolti. Coinvolgere gli stakeholders, dai partner agli utenti, fino alla cittadinanza, nelle strategie di comunicazione ne moltiplica la diffusione e le rende patrimonio collettivo. Curare le relazioni, progettare iniziative condivise e allargare le azioni di comunicazione moltiplica la visibilità e può fare davvero la differenza.

© Foto in copertina di Gianmaria Capuano, progetto FIAF-CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano"

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